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Archivio per la categoria ‘Recensioni’

Concerto – 30/01/06 – Birmingham

La Symphony Hall di Birmingham è gremita per il concerto di Re Inkiostro. Un pubblico silenzioso, ordinatissimo entra nella splendida sala da concerto. L’atmosfera è di quelle che si ricordano: attesa per ascoltare la musica e le parole di uno dei fari della musica contemporanea. Con qualche minuto di ritardo si parte: entrano Hellis, Sclavounos e Harvey, violino, batteria e basso, parte dei Seeds, che per questa volta accompagnano il leader. Si parte durissimi, a dispetto dei legni della Symphony Hall che garantiscono un’acustica da brivido, con “Say goodbye to the little girl tree”; Nick entra per ultimo, fasciato dal suo gessato, munito di nuovi baffi molto country. Ed è subito carisma puro: Cave domina il palco, la sua voce migliora con gli anni. Il clima on stage è perfetto e si sente. Harvey tiene le armonie stupendamente, lasciando totale libertà sia a Sclavounos che ad Hellis, che fa del violino quello che vuole, compreso un poco ortodosso “uso sitar”; lenta e romantica “The Ship Song”, e poi via con “No more shall we part”, dal quale oltre la titletrack, si pescano una intensa “The sorrowful life” e una monumentale “God is in the house”, che da sola valeva i 40 £ investiti, con Cave che sussurra i suoi versi, nel silenzio della Hall. Il concerto prende giri: Cave pure, e comincia un simpatico siparietto con il pubblico, tra un pezzo e l’altro (“what a fucking journey Sir!”, rivolto al vostro inviato che gli ricordava la provenienza italica, oppure un “Nick, you are a genious!”, che si becca un “you are confirming my suspicious”). “Henry Lee”, “Train Song” fanno da battistrada a “The Mercy Seat”: non se ne può più, e gli appluasi, prima timidi, ora irrompono senza pietà. “From her to Eternity” e “O My Lord” ci consegnano un Cave poeta dell’anima, di amore e di Dio, certamente non un “interventonist god”. La scaletta termina con una travolgente “Tupelo”, con il pubblico in piedi. Ancora 2 encore, reclamati, pretesi da tutti noi. “Loverman”, una b-side dal titolo indecifrabile ma molto bella ed una estatica “People ain’t no good” ci mandano a casa. Citando Nick Hornby: “…le canzoni di Nick Cave non sembrano affatto interessate al mercimonio. è musica composta da un artista, nel senso più classico del termine. Non gli faranno guadagnare milioni, ma sono sue, e nostre se lo desideriamo, ed è una cosa di cui dovremmo essergli grati”.

alberto maiale – albertomaiale@varci.it

Album – Abattoir Blues / The Lyre Of Orpheus

20 settembre 2004 Nessun commento

Il booklet è anch’esso in cartoncino completo di testi e qualche foto delle sessioni di registrazione.

Il tutto rende il packaging esteticamente notevole e molto originale. La sensazione, guardandolo, è qualla di stare per aprire un libro di botanica in stile old-england.
Davvero molto bello .

Nonostante i CD siano usciti nello stesso packaging, sono in realtà da considerare come due album differenti.

Venendo infatti a quanto concerne il contenuto, fondamentalmente si può dire che questi due album si somigliano solo per lo stile inconfondibile della musica e delle liriche di King Ink e nell’utilizzo di una novità nella produzione caveiana: la presenza di un coro gospel.

Abattoir Blues si presenta come un album dominato principalmente dal rock e dal blues con diversi richiami melodici alle produzioni che vanno dalla fine degli anni 80 alla prima metà dei 90, rievocando alcune atomosfere di album come Tender Prey, Henry’s Dream ed il celebratissimo Murder Ballads citato in modo evidente anche nel b-side She’s Leaving You.

The Lyre Of Orpheus richiama molto, invece, le atmosfere più tranquille e serene della produzione degli ultimi anni, quella che comprende i suoi lavori dal 1998 ad oggi.
Le melodiche di questo album sono a volte quasi leggere, come se da esse trasparisse uno stato di grazia che sembra permeare la vita di Nick Cave nel periodo più recente.

Nelle liriche di entrambi i lavori si hanno evidenti riferimenti biblici, cosa costante nei testi caveiani.
Ma l’argomento che fa da padrone è l’amore che non sembra più visto come qualcosa che viene vissuto in modo tormentato e a volte autodistruttivo, come nel passato.
Al contrario l’amore sembra rappresentare una sorta di modo attraverso cui giungere alla redenzione e senza il quale la vita sarebbe vuota e senza respiro come raccontato nella canzone Breathless (The Lyre Of Orpheus).

Nel complesso i due album sono degli ottimi lavori che in un certo senso fanno rialzare Nick dal capitombolo fatto col precedente Nocturama (2003), che risultava troppo dispersivo e carente di ispirazione.

Va detto però che a mio avviso ci sono un paio di note negative: risulta quasi “deludente” la facilità di ascolto nel panorama di una produzione musicale estremamente personale e dal costante bisogno di revisione e tempo di elaborazione.

Proprio il fatto che molte canzoni diano una sensazione di “già sentito” tende a fermare questi album dallo scalare la vetta della produzione di Nick Cave.
Questo fatto è evidente nel singolo scelto per il lancio dei dischi: Nature Boy, che lungi dall’essere la migliore canzone di questi due CD, risulta comunque molto orecchiabile avendo quasi voglia di definirla “pop”, con richiami evidenti al primo singolo di Nocturama, Bring It On.

La sensazione principale è che questa canzone stoni un po’ nell’insieme di Abattoir Blues, quasi che fosse stata appositamente scritta per essere lanciata come singolo per un mercato che troppo spesso privilegia l’immediatezza d’ascolto alla ricchezza di contenuto sia melodico che lirico.

Nonostante tutto. ciò non riesce a spiegare la ricchezza inusuale di auto-citazioni.
La spiegazione più plausibile sembra poter derivare dal fatto che in questi due album al processo creativo i Bad Seeds hanno contribuito quanto mai in passato.
Sembra infatti che Nick Cave avesse solo delle tracce di idee e che abbia lasciato lo sviluppo musicale al gruppo, il quale forse si è trovato a percorrere strade già conosciute.

La seconda nota negativa, sebbene sia quella che più coinvolge il gusto personale, è nell’introduzione del coro gospel.
L’idea di base è notevole e in molti casi contribuisce ad enfatizzare ed esaltare i brani musicali, ma in molti pezzi questa scelta provoca un appesantimento inutile, tanto da far risultare pezzi che normalmente potrebbero essere considerati addirittura geniali, troppo chiassosi e a volte quasi fastidiosi dando una sensazione di strascicamento del cantato e togliendo quindi ritmicità.

Sono curiosa di vedere se in tour porterà anche il coro gospel (cosa che in tutta sincerità mi auguro non avvenga) e, in caso negativo, di ascoltare questi pezzi in “purezza” come a mio parere avrebbero dovuto essere anche sugli album.

CONCLUDENDO:

Questi due album sono ottimi pur non avendo le qualità necessarie per salire nell’Olimpo delle migliori produzioni Caveiane.
Restano comunque, a mio avviso, degli ottimi album con cui poter cominciare a conoscere lo stile di Nick Cave, proprio per l’impronta stilistica inconfondibile e la varietà di sonorità presenti che sembrano riassumere la sua carriera in quasi la sua totalità.

Consigliato.

The Wild Rose – simy@toriamos.it

Concerto – 21/02/04 – Auditorium, Milano

Duplice appuntamento con Nick Cave per la città di Milano, dove mancava da tre anni allora con i semi del male al completo.
Ci si aspettava un Cave solo performance ed invece Re Inkiostro, mai abbandonato, si è presentato in compagnia di Warren Ellis (violino), Martin P.Casey (basso) e Jim Sclavunos (batteria) in sostanza con la metà dei Bad Seeds. La scelta, direi azzeccatissima, dell’auditorium San Gottardo ha reso ancor più unico l’atteso evento, annunciando un’ottima atmosfera. Le due date milanesi per pochi fortunati sono finite subito sold out, considerata la dimensione dell’auditorium era auspicabile. Nick Cave si è presentato con il suo solito look elegantissimo da perfetto dandy, con la sua camicia bianca ma stavolta senza cravatta e con uno strano taglio di capelli curiosamente squadrato a pupo.
In quasi due ore di concerto Cave e co. hanno messo in luce tutte le proprie capacità, dimostrandosi in serata di grazia.
La voce di Cave matura di anno in anno e soprattutto cresce il possesso di una vocalità dall’intonazione profonda ed evocativa, migliora anche l’abile uso del piano rigorosamente a coda, ingredienti che hanno dato vita ad una atmosfera magica, che ci ha rapito il cuore. Cave stravolge i suoi standard con originale ispirazione, le versioni di “Henry Lee” e “West Country Girl” sono squisitamente irriconoscibili, di certo tra i momenti più alti della serata. Anche la murder ballad “Stagger Lee” riscopre un rinnovato pathos nella versione proposta. Tanta energia scuote i momenti ad alta fibrillazione, in cui si ammira l’intesa di Cave, che picchia il suo piano, ed Ellis che straccia le corde del suo violino, dilatando le braccia nei momenti di furia, ranicchiandosi sulle ginocchia nei momenti di quiete…proprio come un uccello. Pindaricamente l’australiano spazia nel suo repertorio ripescando dai ricordi con i Birthday Party una inquietante “Wild World” (dal 12” del ‘83 “The Bad Seed”), restare fermi sulle poltrone dell’auditorium diventa un’ardua impresa. Brani forti che si alternano a ballate pianistiche delicate come “Darker With The Day” ,“God Is In The House” e “Love Letter”. Molta attenzione rivolta all’album “No More Shall We Part” e quasi trascurato “Nocturama”, l’ultimo lavoro di Cave che non possiede il dono perpetuo e inconfondibile dei precedenti dischi. Mi lascia un po’ perplesso il momento dedicato a “The Mercy Seat”, che non decolla nella giusta misura. Un po’ di nostalgia porta Cave a lanciare dediche dirette a Cash e a Tim Bukley con due personalissime rivisitazioni, ricordati rispettivamente con “The Singer” e “Dolphins” di Fred Neil (che non tutti conosceranno come l’autore di “Everybody’s Talkin” dalla colonna sonora “Un uomo da marciapiede”).
Non è bastato il bis a mandare definitivamente via Cave richiamato per continuare con “Do You Love Me?” deliziosa al piano. Estasiato ho lasciato l’auditorium con la tentazione di rivederlo il giorno dopo…
Direi che la formula scelta a quattro per il tour è riuscitissima, si spera in un cd live calibrato su questo tipo di performace. Ho riscontrato più energia della situazione vista ad Ancona due anni fa nella interessante rassegna “Il Violino e La Selce” organizzata da Battiato, in cui la scaletta dei brani era molto affine a quella proposta sabato a Milano, ma allora Cave era con un’altra band: Jim White (batteria) e Norman Watt-Roy (basso) e del fido Ellis. Forse seppur rinnovato il repertorio dal punto di vista delle interpretazioni i concerti andrebbero maggiormente aggiornati… magari continuando a ripescare nel passato e riprendendo qualcosa da “From Her to Eternity” e “The Firstborn Is Death”.

Euchrid Eucrow – a.avalle@tin.it
http://www.mescalina.it/musica/live/live.php?id=133

Concerto – 22/02/04 – Auditorium, Milano

L’emozione negli attimi che hanno preceduto il concerto già si faceva sentire.
Non avevo mai visto Nick Cave dal vivo prima ed ero non solo curiosa ma letteralmente elettrizata da questo avvenimento.

Il concerto sarebbe dovuto cominciare alle 21, invece Nick e i 3 Bad Seeds hanno fatto il loro ingresso sul palco che erano già ormai le 21.40…

La canzone di apertura è stata: Wonderful life.
Cominciata con la voce di Nick da sola che piano si accompagna al pianoforte per poi andare in un crescendo in cui man mano si aggiungono il basso, il violino e infine la batteria in un acme da brivido.. avevo la pelle d’oca e dall’emozione gli occhi mi stavano diventando lucidi!

La voce di Nick perfetta, piena e potente, intonata e musicale e con quel suo modo di rappresentare con un fiato, una parola o semplicemente con una pausa il significato del testo e l’emozione che da esso scaturisce.

Nick ha dimostrato non solo di essere un bravo cantante, ma di essere un interprete magistrale dotato di una sensibilità fuori dal comune e di quella genialità che solo una grande mente unita ad un’anima appassionata sanno tirare fuori.

E’ capace di passare in pochi secondi dalla compostezza che ci si aspetterebbe da quell’uomo, quasi cinquantenne e sempre ben vestito, ad attimi di pura “follia” nel trasporto del ritmo, delle note e dei sensi….

Vederlo e sentirlo suonare e cantare è come essere di fronte al mare d’inverno, in una di quelle giornate calme e un po’ grigie che da un momento all’altro possono darti il dono di un raggio di sole tra le nuvole e poi sorprenderti subito dopo con il mare in burrasca e le nuvole nere che, senza che te ne sia accorto, ti sono arrivate sopra la testa.

Il concerto si è alternato con momenti di pura estasi melodica con canzoni dolci e malinconiche nel perfetto stile noir di Nick a momenti in cui la musica travolgeva con la sua impetuosità…

Nick Cave sa tenere il palco come poche volte ho visto fare…
Nick che sussurra, Nick che urla, Nick che parla, Nick che ammicca, Nick che scherza…

Sempre così pienamente immerso in quel suo mondo buio e luminoso insieme…
Diversi aspetti di Nick Cave mi sono sempre piaciuti e sono proprio questi opposti che convivono in un unico essere.

E’ così che è capace di passare da una struggente canzone d’amore come Still in love al racconto della caricatura di un moderno cowboy della provincia americana che ammazza chiunque lo contraddisca (Stagger Lee), in quel misto di ironia e tragedia che spesso permeano la sua produzione.

Le sue mani sulla tastiera riflettono in tutto lo stato d’animo e l’energia che passa dalla musica a lui e da lui alla musica prima accarezzando i tasti e poi picchiandoli con foga facendo diventare il pianoforte uno strumento melodico, rock, punk, blues e tirandone fuori le innumerevoli anime nascoste dentro.

Quanto mai perfetto l’accompagnamento dei suoi musicisti con un Jim Sclavunos (batteria) in perfetta sintonia (tanto da riuscire a spezzare una bacchetta a metà tanto è l’intensità della sua partecipazione)
Un Martin P. Casey (basso) perfetto, impeccabile nel dare la giusta atmosfera.

Ma la vera stella dei Bad Seeds ora, soprattutto ora che il ventennale Bad Seed Blixa Bargeld ha ormai lasciato definitivamente il gruppo e prima perfetto alter ego di Nick fuori e dentro il palco, è il violinista Warren Ellis…

Una personcina tanto piccola con dentro la forza di cento uomini…
Basso e magrolino, Warren Ellis riesce a dare al violino un senso nuovo, mai visto prima.

Con lui il violino diventa chitarra, diventa sorgente di suoni ora pizzicati, ora riverberati, ora rock, ora classici.
Ellis si presenta quasi timido, la classica quiete prima della tempesta….
Accucciato con le spalle al pubblico, quasi meditabondo per poi rivelarsi un vero uragano quando è il suo turno…
Ed è così che, quando l’archetto tocca le corde del violino, si ha la sensazione che un’onda di enorme portata si sia improvvisamente abbattuta sul palco…
Se è vero che pazzia e genialità a volte si confondono o compenetrano allora quest’uomo o è un genio o è un pazzo, e anche quando ormai l’archetto è quasi a brandelli e il violino ormai è stato suonato con le dita e col plettro ancora lui è in grado di tirarne fuori una potenza che non si pensava potesse mai avere uno strumento solitamente relegato negli accompagnamenti melodici o nella musica sinfonica.

Con Warren Ellis anche il lavoro di un chitarrista è in serio pericolo e sono certa di poter affermare che Nick ha trovato un degno copilota, qualcuno che è in grado di rimpiazzare e ho idea, in futuro, anche superare nei cuori dei fans quello che fino ad ora è stato il posto di Blixa Bargeld.

L’esperienza di questa sera è stata qualcosa di eccezionale e che, sinceramente, non mi aspettavo fosse travolgente a tal punto considerando soprattutto il fatto che la formazione non era al completo.

Questo, però, ha influito solo sulla scelta del repertorio di brani privilegiando quelle canzoni forse più intime del repertorio di Nick Cave, senza però far mancare momenti di grande rock come nel gran finale a sorpresa con Jack the ripper.

Inoltre avevo visto Nick molte volte in performance live in video che facevano denotare un velo un po’ sgraziato nella sua voce che lui stesso definisce “brutta e stonata”.
Invece stasera Nick ha dimostrato che ha davvero una gran voce, che vibra dentro le corde del cuore, del cervello e dell’anima, molto più che intonata… perfetta.

Nick ha anche dimostrato che è in grado di fare sue chiavi di registro notoriamente a lui non abituali per una voce così bassa, con un’estensione vocale davvero eccellente.

Non solo.. è stato anche capace di farmi vedere la bellezza in un brano che consideravo il suo secondo peggior pezzo della sua storia musicale: Rock of Gibraltar.

Riguardo questo pezzo c’è un aneddoto: definito dagli stessi critici musicali la peggior canzone da lui mai scritta, nel 2003 ad un concerto, Nick, dopo averla cantanta, volgendo gli occhi al cielo, come a voler parlare con Dio in persona, disse “non è stato poi così male, eh?” e io dico: no.. non è stato per niente male.

Nota dolente della serata:
C’è stata una breve pausa a cui è seguita un’encore.. durante questa pausa la gente si è alzata e si è accumulata davanti al palco (in piedi!!! )
Al rientro di Nick molti facevano richieste… tra questa gente due ragazze si sono messe a cantare Oh my Lord (il suggerimento era ottimo) e non smettevano tanto che Nick, prendendole in giro, ha porto loro un microfono…
Ha poi cominciato a suonare una delle canzoni più belle del suo repertorio: Into my arms e queste si sono messe a cantare!
In poche parole siamo stati privati di Into my arms, che invece i fortunati della sera precedente hanno potuto godersi!!

Comunque tutto ciò (il concerto e non le due bastarde ) mi conferma che non conosci davvero un artista fino a che non lo hai visto in un concerto, dal vivo e non in video.

Se già prima consideravo Nick la metà musicale di me contrapposta a Tori Amos, ora la cosa si è fatta ancora più radicata

Entrambi condividono il mio cuore e la mia anima in egual misura, così diversi e così affini per molti versi…

Nick Cave è un vero genio musicale, letterario, espressivo con, spero, tanto ancora da darci.. e il bello è che non fa economia di sè

“All down my veins my heart strings call.. are you the one that I’ve been waiting for?”
L’ho aspettato con ansia.. è arrivato ed è andato.. e le mie corde ancora vibrano… indimenticabile

The Wild Rose – simy@toriamos.it

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Setlists

21 Febbraio 2004

1 – Wonderful life
2 – Sad waters
3 – Hallelujah
4 – The singer
5 – Henry Lee
6 – Dolphins
7 – Darker with the day
8 – West Country girl
9 – The mercy seat
10 – God is in the house
11 – Into my arms
12 – The ship song
13 – Wild world
—-
Encore 1:
14 – Love letter
15 – Rock of Gibraltar
—-
Encore 2:
16 – Stagger Lee
17 – Do you love me? (Part 2)

22 Febbraio 2004

1 – Wonderful life
2 – Sad waters
3 – Hallelujah
4 – The singer
5 – Henry Lee
6 – Dolphins
7 – Do you love me? (Part 2)
8 – West country girl
9 – The mercy seat
10 – God is in the house
11 – Still in love
12 – The ship song
13 – Wild world
—-
Encore:
14 – Stagger Lee
15 – Rock of Gibraltar
Encore 2:
16 – Into my arms
17 – Darker with the day
18 – Jack the ripper

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