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Recensione: Dig!!! Lazarus Dig!!!

Prima di addentrarci nella materia di “Dig!!! Lazarus Dig!!!”, occorre introdurre il momento artistico e “storico” nel quale l’album è stato concepito dal suo autore.

 

Siamo nella rovente estate del 2007. L’apatico clima musicale viene scosso dall’uscita di uno degli album più attesi della stagione: “Grinderman”, pubblicato dall’omonima band per l’etichetta Mute. Del progetto Grinderman si parlava già da un anno e l’attesa era ormai diventata spasmodica (in parte saziata da alcuni brani proposti in anteprima). Il perché? Semplice: Grinderman è la nuova incarnazione di Nick Cave, che torna ad essere leader di una band dopo quasi ventiquattro anni di carriera solista (accompagnato dai fidi Bad Seeds). L’organico del gruppo è composto da alcuni membri dei “Semi Cattivi” (Warren Ellis, Jim Sclavunos, Martin P. Casey), più lo stesso Cave. Ma a stupire, e qui dovrebbe risiedere la novità, è la proposta musicale di Nick Cave e soci: un rock “primitivo”, semplice, diretto, ricco di feedback, distorsioni che prende a piene mani dalla tradizione blues e garage, ma anche da molta psichedelica degli anni ’70. Un revival rock molto simile a quello operato dagli White Stripes (non a caso i Grinderman apriranno alcuni dei loro concerti). Niente a che vedere con i Bad Seeds dunque, così come le liriche dei Grinderman (sempre curate da Cave) non ripropongono quasi nulla del tipico canzoniere del “Bardo di Melbourne”. Nell’arco di tre anni, ossia dall’uscita del doppio album del 2004, Nick Cave si è re-inventato una carriera e ha sfoggiato un nuovo look, una nuova grafica, un nuovo personaggio: in questo caso diventa essenziale la pubblicità (e visto che il target sono soprattutto i giovani, la rete è il canale prediletto). È mutato anche l’approccio ai versi ed è mutata anche la materia trattata: Cave è passato, con molta disinvoltura, dalle invocazioni religiose di qualche anno prima (“Oh My Lord”, “Halleluja”) a brani molto più “maleducati”, licenziosi e scherzosi. Fu Cave stesso ad ammetterlo: “Avevo bisogno di sfogarmi”. E divertirsi. Un cinquantenne impenitente, allegro, riappacificato, che ama mettersi in gioco. Del narratore “maledetto” di un tempo non è rimasto neppure il fantasma.

 

Nick Cave è atteso al varco: nell’autunno del 2007 annuncia un nuovo disco da solista in uscita a marzo dell’anno successivo. Nel frattempo collabora con il cinema: esce la colonna sonora di “The Assassination Of Jesse James”, ideata assieme a Warren Ellis. “Grinderman” deluse le aspettative, nonostante proponesse alcuni dei migliori spunti dell’ultimo Cave (su tutti la title-track, “Electric Alice” e i due singoli di punta), in compenso “The Assassination” fece ben sperare i più dubbiosi. Ci ha pensato invece “Dig!!! Lazarus Dig!!!” a rimescolare le carte in tavola.

 

Quando venne in Italia a Febbraio, Nick Cave disse ai giornalisti che l’intento del suo nuovo lavoro era assai più ludico rispetto al passato, ma che le sue liriche erano molto più arrabbiate. E in qualche modo quasi tutti se lo aspettavano: dopo l’esperienza con i Grinderman non potevamo di certo attenderci il Cave elegiaco di “The Lyre Of Orpheus”. Eppure “Dig!!! Lazarus Dig!!!” è un album ambizioso e curato quanto lo era il monolitico doppio album precedente (tenendo ben presenti i difetti e i limiti di entrambe le produzioni). Warren Ellis, ormai vero e proprio leader dei Bad Seeds (anche se del dimissionario Bargeld non possiederà mai il genio insostituibile), furoreggia in cabina di regia e cesella suoni sofisticati e complessi introducendo il rumore come vero e proprio protagonista musicale dell’opera. Il grande Mick Harvey, da par suo, pare aver subito passivamente la rivoluzione in casa: e con il suo eclissarsi scompare anche un fondamentale contributo al tipico sound cupo dei vecchi Bad Seeds. Ma è prima di tutto lo stesso Nick Cave ad aver totalmente modificato l’impostazione del suo lavoro: al di là delle scelte sonore – che piacciano o non piacciano, poco importa – il vero stravolgimento c’è stato dal punto di vista dei testi. E in questo la lezione dei Grinderman ha nuociuto: Cave ha accantonato la sua inimitabile abilità narrativa, non racconta storie, le sue liriche si creano e si muovono per immagini, piccoli bozzetti “visivi”, surreali, libertini. È ermetico, oscuro, persino verboso, ma più che altro sembra non aver più nulla di concreto da dire. La caratteristica che ha reso Nick Cave il più grande cantautore della sua generazione è stata la capacità di suscitare nell’ascoltatore le più disparate ed estreme emozioni: sapeva illuminare, commuovere, inquietare. E i suoi versi allucinati e infervorati, antiretorici e originali, erano ricchi di pathos e qualità letterarie. Con il tempo la tecnica è andata sempre più affinandosi, ma oggi si è trasformata in pura maniera.

 

Ne è un chiaro esempio la magniloquente “More News From Nowhere”, romanza-fiume di chiara ispirazione dylaniana, pur sorretta da un’ottima base ritmica, che sfoggia un testo criptico e ricercato, capzioso tentativo di autoanalisi e di analisi globale con tanto di chiusura malinconica (non ti fa sentire così triste/ il sangue non ti scorre veloce fino ai piedi/ a pensare che tutto quello che fai oggi/ domani è già obsoleto/ la tecnologia e le donne/ e i bambini piccoli pure/ non ti fa sentire triste). Ed anche la title-track stessa, che rappresenta il tentativo post-moderno di gettare un personaggio “antico” (in questo caso biblico) nella nostra confusa modernità (anche se sono gli Usa degli anni ’70), appare più che altro come una giocosa velleità di ironizzare sul sesso, la morte, l’America e le follie contemporanee (mass media in testa). Non è un caso che i brani migliori siano quelli di chiara ascendenza caveiana: “Moonland”, a metà strada tra una ritmica soul e un andamento blues, canto cavernoso, handclapping in sottofondo; “Night Of The Lotus Eaters”, tipico brano d’atmosfera con una linea di basso marcata, campionario di effetti sonori, dal clima onirico e claustrofobico, con un crescendo di batteria e chitarre; “Hold On To Yourself”, ballata quasi western con melodici arpeggi di chitarra; “Jesus Of The Moon”, suono tipico del dopo “No More Shall We Part”, è il lato romantico e disteso di “Hold On To Yourself”, sicuramente godibile. Quello che di certo non è il power-pop di “Albert Goes West”, una versione fracassona di “Nature Boy” con un abuso dell’elemento coristico. Ugualmente si può affermare di “Lie There (And Be My Girl)”, tra distorsioni, effetti e rumori ricorda “When My Love Comes Down” dei Grinderman senza tuttavia possederne l’asciuttezza e l’essenzialità. Restano fuori dal coro “Today’s Lesson”, che merita una menzione più per il testo che per l’originalità musicale, “Midnight Man”, chiaro vuoto di ispirazione, e “We Call Upon The Author”, dilaniata da inserti rumoristici, sostenuta dal battito costante della batteria e dal recitato di Cave che declama con foga il suo sdegno (chiamiamo in causa l’autore perché spieghi/ una discriminazione dilagante/ povertà di massa/ il debito del terzo mondo/ malattie infettive/ diseguaglianza globale e profonde divisioni socio-economiche).

 

“Dig!!! Lazarus Dig!!!” appare come un chiaro disco di transizione. A loro tempo lo furono anche “Kicking Against The Pricks” e “The Boatman’s Call”: il primo virò gli eccessi blues dei primi dischi verso una forma di cantautorato noir che ebbe il suo culmine nei capolavori “Tender Prey” e “The Good Son”; il secondo rappresentò la svolta musicale ed artistica di Cave che smise i panni dell’affabulatore cattivo di “Murder Ballads” per trasformarsi nel dimesso predicatore di “No More Shall We Part”. E “Dig!!! Lazarus Dig!!!”, dove traghetterà Nick Cave e il suo universo poetico? Speriamo non nell’oltretomba, o sarà davvero difficile resuscitare questa volta.

Ale889

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  • un unico appunto a proposito della svolta post 2004 e del ruolo della pubblicità per mr. Cave… “il target sono i giovani”? Mah…

  • JohnFinn

    Bella rece, complimenti.

    A mio avviso, comunque, questo più che un album di transizione è un punto di partenza. Nick è cambiato, per la prima volta sul serio (questa è la svolta più traumatica della sua carriera, sicuramente) e a riprova del fatto ho letto che è sparita dalla title track il suo classicone, The Mercy Seat (stavo per scrivere site… :-P).

    La t-shirt al concerto è un altro indicatore: la sua innata eleganza non ci consente di confonderlo con un rapper qualunque, ma pare strano che a vent’anni si vestisse come un cinquantenne (con ammirazione parlando) e che a cinquanta voglia somigliare ad un ventenne. E’ un chiaro sintomo della svolta a suo modo ribelle.

    Il contraltare a tutto questo fracasso l’hai perfettamente individuato quando parlavi dei vecchi album, capaci di suscitare emozioni, al contrario di questo, abbastanza piatto da questo punto di vista.

    Non condivido il parere su Midnight Man, forse la mia preferita, almeno a livello melodico.

  • tizitupelo

    …si, transizione o nuovo corso, quello che è sicuro è che Nick non ci prende mai per i fondelli…che poi “il target sono i giovani” anche a me pare improbabile…se penso alla gente che avevo attorno al concerto di Barcellona! Ad un certo punto è arrivata una bella famigliola:padre madre figlio e figlia (i figli sui ventanni) ho pensato: ecco i genitori hanno accompagnato i figli (e io che figli non ne ho chi c…o accompagno????)…sbagliato: ERA ESATTAMENTE IL CONTRARIO! (sorry…tanto per cambiare ho divagato…)

  • Matteo80

    Ciao Ale, una curiosità riguardo al tuo bell’intervento.
    Quando affermi che “Grinderman deluse le aspettative… in compenso The Assassination fece ben sperare i più dubbiosi” ti basi sul tuo gusto personale, sul come dire “sentire generale” dei fan o della critica oppure su più oggettivi dati di vendita (variabile, anche questa, che mi interesserebbe non poco, qualcuno sa?…)?
    Te lo chiedo perchè alla fin fine, anche leggendo tanti pareri su questo forum, non ho ancora capito quanto Grinderman, a prescindere dalla pesante eredità e dalla paternità illustre, sia effettivamente piaciuto, soprattutto in rapporto a ciò che è successivamente venuto: The Assassination (che ho di recente acquistato è che mi ha, questo sì, deluso nella sua pochezza di contenuti e di arrangiamento) e DLD (di cui ho già parlato altrove, disco mooooolto bello, ma a tratti, e complessivamente meno riuscito del primo Grinderman).
    Non per fare revisionismo, ma si sa, certe opere acquistano valore col tempo…
    I GOT NO PUSSY BLUES!

  • recensione importante. e “Dig” è un vino che come sempre va lasciato depositare un po’, e anche ossigenato un po’ in una brocca… credo sia un’annata meravigliosa per il Nostro, altrochè. Complimenti.