Concerto – 31 maggio 2008 – Spello (PG), Villa Fidelia
Ho Percorso 400 km trascinandomi dietro moglie, figlio e due coppie di amici per assistere al concerto evento. Ho visto centinaia di gruppi esibirsi su un palco ma Nick Cave, per un motivo o per un altro mi è sempre sfuggito all’ultimo istante. Trovarselo adesso, a pochi metri di distanza, nella splendida cornice umbra è un’emozione forte. Lo sguardo inquietante, profondo, penetrante; il viso con la consueta lunga chioma, nascosto in parte da grandi baffi neri. Forse un tentativo di uscire dal clichè dell’immagine di poeta cupo e maledetto che si è cucito addosso. Si capisce da subito che Nick è di buon umore e soprattutto, ben disposto: conversa con il pubblico, ride a qualche battuta, inciampa nel filo del microfono, palleggia col tamburello (mi sono allenato per 25 anni, confesserà) e si concede alle richieste della platea. I Bad Seeds lo agevolano, lo assecondano, lo coccolano; avercela una band così: Mick Harvey è prezioso, Jim Sclavonus è il metronomo che gli scandisce il tempo, lui che il tempo ha cercato di domare e l’indiavolato Warren Ellis con le sue chitarrine giocattolo che si dimena gambe all’aria, come un ossesso, non fa rimpiangere Blixa Bargeld. E’ pensare che nel corso del tempo sono passati da quelle parti, tra gli altri, Barry Adamson e Kid Congo Powers. L’inizio è folgorante, the night of lotus eaters apre il concerto tra stridori, rumori e un crescendo ipnotico. Non si ha il tempo di riprendersi perché la platea è tutta per lui a saltare al ritmo di dig, lazarus, dig!!! Guardo mio figlio che canta insieme al pubblico dig yourself, lazarus dig yourself, lui che ha iniziato a conoscere Nick Cave dall’ultimo disco e credo che domani mi chiederà di mostrargli l’intera discografia. Il concerto è un susseguirsi di emozioni fino all’esplosione di gioia per una monumentale the mercy seat e non si fa in tempo a riprendersi che deanna ti stende. Uno stupore da imprimere nella memoria come un ricordo da tirare fuori e raccontarlo nelle fumose serate malinconiche. Il tempo scorre ma la serata è ancora lunga, e abbiamo ancora spazio nella sacca dei ricordi per poter inserire una commovente the ship song, e una delirante e passionale into my arms. Il finale è travolgente, Nick prima irride il suo tecnico per una chitarra male accordata e poi urla, sputa, salta e infine ci stende raccontando di crimini e assassini con una metallica stagger lee, diventata un cavallo di battaglia dal vivo. Si resta senza parole e con gli occhi che ti lacrimano e le orecchie che ti esplodono; si ha solo voglia di far continuare la magia e dopo il concerto siamo nelle stradine di Spello a cercare un posto dove bere un bicchiere prima di andare a dormire. Lo troviamo il posto, un’enoteca, forse l’unica ancora aperta e mentre cerchiamo un tavolo, arrivano Nick Cave e Warren Ellis (il resto della band arriverà più tardi) e un misto di meraviglia ed estasi mi assale e non riesco a dirgli nulla, riesco solo a ringraziarlo e stringergli la mano; poi è tempo di andare a dormire, domani ci aspettano altri 400 km per tornare a casa.
