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Bunny Munro

Qui si parla un po' di tutto quello che riguarda Nick Cave

Re: Bunny Munro

Messaggioda themercysite » venerdì 20 novembre 2009, 19:53

Ale889 ha scritto:Strano premio il "The Bad Sex in Fiction Award", il premio per la più brutta scena di sesso


Già... e visto che c'è anche Philip Roth fra i candidati, con tutto il bene che posso volere a Nick, l'unica considerazione che mi viene è: "magari Nick sapesse scrivere un romanzo che arrivi vagamente ai livelli di Roth" :roll:
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Re: Bunny Munro

Messaggioda JohnFinn » martedì 19 gennaio 2010, 14:00

Fatta, finito.

Condivido in pieno quanto scritto da Nicole. È assai probabile che un libro del genere, se non fosse stato scritto da Lui, non l’avrei mai finito, né tantomeno, l’avrei comprato. Non mi è piaciuto, nonostante alcuni dettagli (che, come dice Nicole, sono, appunto, dettagli) che insaporiscono un po’: il gusto dell’eccesso, del grottesco, un sarcasmo di fondo e qualche trovata ironica non compensano un libro tutto sommato piatto e che rivelano come, giustamente, chiaramente, Nick Cave sia un cantante e non uno scrittore.
La trama sostanzialmente non c’è, ma quello che manca è, soprattutto, un approccio stilistico degno. Il nome di B. E. Ellis (uno dei miei tre scrittori preferiti, per capirci), è usurpato, anche se qualche tentativo di somiglianza, qualche richiamo c’è (il contesto quasi onirico eppure puntualmente iperrealista, oppure, come giustamente osserva Ale, la completa assenza di valutazione morale che già aleggiava in altra produzione di Nick, ad esempio in O’Malley’s Bar – If I have no free will/how can I be morally colpable?”), come pure il fantasma di Bukowski compare qua e là (l’ambientazione sciatta, l’alcool, la visione (s)porca del mondo). Lo stile di Cave è diretto e barocco ad un tempo: le metafore, spesso azzeccate, tuttavia sono inutili, come i continui riferimenti alle sigarette e al modo in cui il fumo può fuoriuscire dal naso (a pennacchi, a cono, a pennoni più o meno lunghi) e rendono meno fluido lo scorrere del racconto: è un po’ come ascoltare DLD, la canzone, frizzante ma vuota.

Insomma, un libro non originale che, però, nelle mani di un vero scrittore avrebbe potuto voler dire qualcosa. Un’ulteriore conferma che la forma conta almeno quanto il contenuto.

Ma, alla fine, sono solo tutte spine o qualche rosa c’è?

Innanzitutto ha ragione Nicole (basta, però!): il tizio che compare verso la fine mi ha subito ricordato Nick (qualche dettaglio fuori posto, la retina ed il sassofono servono solo per sviare eventuali indagini)… che, per quanto ne so è presente in tutto il romanzo, visto che Bunny è una parte di Nick. Mi rendo conto che quanto sto per affermare può essere letto in maniera distorta, ma temo che ogni uomo (ammettetelo!) abbia in mente una cosa sola, sempre. Oddio, non proprio sempre, e non solo quella cosa (è inutile che io la nomini, basta che apriate il libro ad una pagina a caso e la trovate), ma, in generale è così, almeno nel mio caso (ma anche, credo, nell’80% di chi abbia il coraggio di ammetterlo, almeno a se stesso). Non raggiungo i livelli parossistici di Bunny, però…

Poi, mi ha entusiasmato la figura del maniaco cornuto diabolico, eccezionale nel suo discendere verso sud, verso Bunny (allegoria azzeccata) e visibile solo a mezzo di telecamere a circuito chiuso o foto, quasi non esistesse davvero: se devo dirla tutta speravo che la morte di Bunny sopraggiungesse per mano (o, meglio, per forcone), di quel killer, invece che in maniera così insulsa, ma tant’è.

La Punto. Da che mondo è mondo il personaggio e la sua auto sono tutt’uno. Bunny ha una Fiat in un Paese in cui la Casa italiana è assai poco rinomata: i problemi di ruggine degli anni ’70 hanno minato alla radice la credibilità della Fiat in Inghilterra. Inoltre da che mondo è mondo i rappresentanti, per motivi d’immagine, in genere hanno macchinoni (magari vecchi, ma grandi). La Punto è senz’altro il corrispettivo della percezione che il mondo ha di Bunny.

Il progressivo disfacimento fisico di Bunny corrisponde alla sua forsennata discesa agli inferi e alla corsa consapevole verso il punto zero. Anche le abitazioni visitate diventano sempre meno accoglienti fino a ridursi a catapecchie cascanti.

Lascio la conclusione a due domande. Consiglieresti un libro del genere? Compreresti un altro libro di Nick Cave? La risposta è semplice e scontata: no, sì.

Ps. Nicole: come cazz(censura) hai fatto a leggere in inglese un libro del genere? Complimenti.
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Re: Bunny Munro

Messaggioda Tom » mercoledì 27 gennaio 2010, 18:53

Prima di frequentare questo forum pensavo di essere un appassionato piuttosto esigente, ma a 'sto punto mi arrendo: devo essere uno di quei fan boccaloni che si bevono tutto, perché... insomma... a me è piaciuto pure questo romanzo!

:wink:

Appunti sparsi...

Non è in tutta evidenza il romanzo di uno scrittore, ha lo stile tipicamente sconnesso e slabbrato di chi è abituato a scrivere in versi più che in prosa, ma mi ha trascinato, divertito e nel finale pure un po’ commosso. Ci sono delle immagini potenti (anche a me è piaciuto molto la trovata del diavolo visto solo in televisione), sequenze suggestivamente moleste e altre divertenti.

Limiti? Nonostante il continuo e fin troppo insistente uso di termini e nomi riferiti al presente, sul romanzo pesa una cappa maledettamente retrò (o vintage se vogliamo). Non credo sia tanto una questione dell’anacronismo del protagonista (ahimè rappresentante di una categoria maschile per nulla in estinzione – basta accendere la TV per rendersene conto), ma perché tratta un certo tipo di tematiche con modi e spunti che sembrano di trenta anni fa. Questa commistione tra presente e passato può funzionare alla grande nella musica e Nick in questo senso è sempre stato maestro. Ma quella che nei suoi dischi è felice atemporalità in questo romanzo è un’ irrisolta ambiguità temporale.

La tragicommedia di Bunny Munro ben rappresenta il Nick Cave post “Nocturama”, un artista (apparentemente) più distaccato dalla materia che tratta, meno avvolgente e poetico, più brusco e mercuriale, anche volutamente più sgradevole se vogliamo. Ovvio quindi che il romanzo può ugualmente confermare le aspettative sia di chi considera Cave un’artista in decadenza, sia di chi (come il sottoscritto) pensa che abbia trovato una sua nuova, potenzialmente fertile dimensione.

Curioso il riferimento nel risvolto di copertina che recita "Metti Cormac McCarthy, Franza Kafka e Benny Hill insieme in un alberghetto sul lido di Brighton e potrebbe venirsene fuori con Bunny Munro."

Kafka? Bof, forse c’è qualcosa di quello di “America”, ma tirato proprio per i capelli.

McCarthy? Ecco questo è curioso, perché ritengo Nick Cave probabilmente l'artista musicale in assoluto più simile allo scrittore americano, come tematiche, approccio, ossessioni e atmosfere. Probabilmente perché l’origine è la stessa: Faulkner e tutto il retroterra “nero” americano. Però questa corrispondenza la trovo nella musica e nel primo romanzo, non certo in Bunny Munro che non ha davvero niente di McCarthy. (Immagino che l’associazione sia per via delle tematica padre e figlio in viaggio, che richiama “La strada”, ma a quel punto anche “In viaggio con papà” di Verdone poteva essere un riferimento… magari pure più pertinente)

Benny Hill? Ecco l’elemento scherzoso mi pare paradossalmente il più azzeccato. In effetti molte sequenze del romanzo sembrano essere la versione porno-horror degli sketches del comico inglese. D’altra parte verso il finale le sventure e i danni fisici di Bunny assumono connotazioni palesemente comiche, sia pure virati in dramma grottesco.

Curioso invece che pochi mi pare abbiano approfondito il riferimento più palese: Leonard Cohen e il suo disco maledetto “Death Of Ladies’ Man” (devastato dagli arrangiamenti cacofonici di Phil Spector) . Che mi pare fosse il titolo della prima stesura del romanzo quando era ancora una sceneggiatura (o se non era quello era qualcosa di simile). Album , guarda caso, ferocemente autoironico e autobiografico, in cui Cohen dinamitava la sua immagine di asceta poetico e sensuale e si identificava con un dongiovanni da strapazzo, operazione tutta giocata sui limiti del cattivo gusto (e fallita a causa di Spector che in quel cattivo gusto ci si tuffa). Aggiungiamo che il secondo romanzo di Cohen, il delirante “Beatiful Losers” (il primo, “Il gioco perfetto”, è un romanzo me-ra-vi-gli-oso), aveva come protagonista un tizio ossessionato dal sesso in tutte le sue forme e che la foto in pure stile tabloid che capeggiava sulla copertina di “Death Of Ladies’ Man”, mi ricorda quella altrettanto autolesionista e cheap scelta come quarta di copertina del romanzo…
Immagine
Ecco poi come in una recentissima recensione di “Death Of Ladies’ Man” Paolo Vites descrive il “protagonista” del disco…

Non so voi, ma io me li ricordo questi personaggi. Camicie collo d'elefante, orribili cravattone larghe e corte quasi al mento, completi gessati di tinta pacchiana.... e belle donne con vaporosi capelli e tacchi alti intorno. Dongiovanni del bar di periferia o del lungomare. Gente dalla vita banalissima che si truccava da quello che fingeva di essere e faceva, della libertà sessuale acquisita dalle rivoluzioni degli anni 60, il proprio privato e impietoso tornaconto.

…mi ricorda qualcuno.

Infine, che piaccia o meno a Nick, lo spirito di Bukowski aleggia dalla prima all’ultima pagina. Purtroppo Nick non possiede la laconicità cristallina e l’asciuttezza dello scrittore californiano. Paradossalmente credo che “Bunny Munro”, nonostante tutto il distacco professato da Nick, sia un libro scritto molto più “di pancia” di qualsiasi romanzo mai scritto da Bukowski, autore molto più calibrato e consapevole di quanto il suo mito beone lasci ad intendere.

JohnFinn ha scritto:Mi rendo conto che quanto sto per affermare può essere letto in maniera distorta, ma temo che ogni uomo (ammettetelo!) abbia in mente una cosa sola, sempre. Oddio, non proprio sempre, e non solo quella cosa (è inutile che io la nomini, basta che apriate il libro ad una pagina a caso e la trovate), ma, in generale è così, almeno nel mio caso (ma anche, credo, nell’80% di chi abbia il coraggio di ammetterlo, almeno a se stesso). Non raggiungo i livelli parossistici di Bunny, però…


Io l’ammetto tranquillamente: c’è un bel po’ di Bunny Munro in me e i tutti i miei amici maschi. Anche se fortunatamente non sono ossessionato come Bunny da quella che nel Casanova di Fellini (altro riferimento da non buttar via) veniva definita la “Grande Mouna” e penso anche ad altro. Però se l’approccio di Bunny è un’ estremizzazione grottesca del gallismo (fino ad un certo punto però, ho conosciuto e conosco tipi non molto diversi), non per questo è meno vera.
Particolari ributtanti come Bunny che, appena morta la moglie, si accorge che il dolore può accrescere il suo potere di seduzione e la classificazione, in chiave (ovviamente) sessuale, delle amiche al funerale, non sono per nulla gradevoli, ma anche se brucia ammetterlo sono parte integrante della psiche maschile. E sotto questo punto di vista “Bunny Munro” è, se non un romanzo completamente riuscito, sicuramente un romanzo tra i più onesti e sinceri che abbia mai letto.
Tom
 
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Re: Bunny Munro

Messaggioda Matteo80 » venerdì 9 luglio 2010, 19:15

Con colpevole ritardo leggo e scrivo di Bunny Munro. Incidentalmente, la lettura avviene la stessa settimana in cui capito al cinema a vedermi The Road.
Lo dico subito. Esaltazione. Doppia esaltazione.
Perchè ho un'illuminazione e, associando questi due lavori così apparentemente lontani nei contenuti, ne percepisco quella sensibilità struggente che accomunano tanti artisti (di tante arti) di cui sono innamorato, e la sinergia, si sa, è più della semplice addizione, e non ce n'è più per nessuno.
Lineari, ridondanti e incompiuti nella forma (interessante il discorso sull'atemporalità irrisolta notato da Tom, meno efficaci a mio parere giudizi basati su/limitati da comparazione con grandi classici).
Che si traduce prepotentemente in diretti, potenti e suggestivi al livello emozionale.
Infine che, personalmente, mi porta di reazione ad agire i seguenti comportamenti, nell'ordine: aggrottare la fronte perplesso e spiazzato, ripensarci per una buona decina di giorni in involontaria e subdola metabolizzazione del materiale, giungere alla conclusione compiaciuto del pieno status di capolavori di libro e film, nei loro presunti pregi o difetti, non so...
Lettura e visione francamente arricchenti.
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